Diciotto giocatori, tre tecnici, tre dirigenti, tre giornalisti, quattro membri dell’equipaggio di un trimotore Fiat G212, proveniente da Lisbona e diretto al campo di atterraggio dell’Aeritalia di corso Marche: tutti morti nel terribile schianto contro il muro posteriore della Basilica posta sulla collina di Superga. Pioveva, la visibilità era scarsa e, forse, il pilota Pier Luigi Meroni credeva di trovarsi ancora sopra i 2000 metri, o sbagliò rotta, sta di fatto che in pochi istanti, alle 17.05 del 4 maggio 1949, l’intera squadra del Grande Torino passò dalla storia, dei cinque scudetti consecutivi conquistati nel dopoguerra, alla leggenda. Un errore umano, il destino? Giovanni Arpino, scrittore e giornalista, nato a Pola ma torinese di adozione scriveva in una sua poesia: “Mio grande Torino, rosso come il sangue, forte come il barbera… In quegli anni… unica e sola c’era la tua bellezza… un fiore l’avevamo ed eri tu…, tagliata nell’acciaio era la tua bravura, gioventù nostra, che tutte le pene portavi via… Filadelfia! …chi sarà il villano a chiamarlo campo? …era una culla di speranze, di vita, di rinascita, era sognare, gridare, era la luna, era la strada della nostra crescita…”. Tutta l’Italia si fermò impietrita, a Torino fu lutto per quattro giorni, a rappresentare il governo ai funerali c’era il trentenne Giulio Andreotti. Dopo sessanta anni il ricordo di quella squadra leggendaria è sempre vivo nella memoria di coloro che a quel tempo c’erano già. Ragazzini come l’Anticosaggio, che ricorda soltanto di essersi fatto accompagnare ai funerali e di avere pianto tanto, o giornalisti rampanti come la mitica Numerotredici, che all’ora dell’incidente era sola nella immensa redazione di Gazzetta Sera e riceveva continuamente telefonate che chiedevano se fosse vero che l’aereo caduto era quello della squadra di capitan Valentino, e tornando a casa trovò la triste conferma dalla moglie di una delle vittime, Luigi Cavallero, capo redattore sportivo de La Stampa, che abitava nella stessa villetta in riva al Po, con vista sulla tragica collina. Donna Vittoria andando anni dopo a rendere omaggio a Superga si rese conto che il piccolo museo granata era più visitato delle tombe dei Savoia. Ora e per sempre, più che mai, Forza Vecchio Cuore Granata!
Fabrizio Scarpa – 6 maggio 2009
“il Mercoledì” – numero 18 anno XV

