Oscar Pistorius. Pochi sapevano chi fosse, e qualcuno in più, me compreso, in questi giorni ha imparato a conoscere questo ragazzo sudafricano di venti anni, che ha lanciato una magnifica sfida alla vita. All’età di due anni, per una malformazione, ha subito l’amputazione di tutte e due le gambe, appena sotto l’articolazione del ginocchio. Non solo non si è dato per vinto, ma ha sempre praticato sport, tanto da arrivare a gareggiare nei 400 metri piani, detti anche il giro della morte, con tempi decisamente competitivi, al fianco di concorrenti normodotati, grazie a due protesi in carbonio, studiate e fabbricate per lui in Islanda. Lo si vede arrivare in pista camminando normalmente e, con assoluta disinvoltura, come se indossasse le scarpette chiodate, togliersi gli arti “da passeggio”, sostituirli con quelli “da competizione”, e correre come il vento. Un gran bel campione nella vita, ancora prima che nello sport, in un mondo dove spesso si assiste alla rincorsa a false pensioni di invalidità, o dove a volte l’handicap viene sfruttato, anche in mancanza dei soggetti interessati. “Perdente non è chi arriva ultimo, ma chi non ci prova nemmeno”, così gli diceva sempre sua madre. La cosa curiosa è che la Federazione Internazionale di Atletica (IAAF) ha messo Oscar sotto osservazione, poiché parrebbe che le sue gambe “da competizione” gli permettano di correre più veloce. Forse in futuro per vincere qualcuno deciderà di rinunciare agli arti naturali?

Fabrizio Scarpa
il Mercoledì nr. 28/XIII – Moncalieri 18 luglio 2007

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