Il legame affettivo tra due persone non può, e non deve essere ingabbiato tra sbarre, anche se d’oro, e lo stare insieme deve essere una scelta libera e consapevole, nel rispetto reciproco, poiché se non è difficile simulare agli occhi del mondo, di certo è stupido e ipocrita mentire a se stessi, in quanto presto il nodo arriva al pettine della propria coscienza, dato per scontato che tutti ne abbiamo una. Due persone che si vogliono bene possono decidere di suggellare la propria unione con il matrimonio religioso, se la loro fede li porta a credere in ciò che fanno. Altrettanto rispettabile la scelta del matrimonio civile, quando viene fatta sulla base delle proprie idee. Ma non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia, esistono, e da sempre, un sacco di unioni, battezzate “di fatto”, tra persone di diverso o dello stesso sesso, e valide e svariate possono essere le motivazioni per cui iniziano e fortunatamente spesso continuano, e giusto è permettere che abbiano giuridicamente valore, per motivi affettivi, economici, di salute. Chi sceglie di condividere la propria vita con la persona a cui vuole bene, o ama, e potrebbe trattarsi non solo del proprio compagno o compagna, ma di un parente o non, deve avere il diritto di lasciare alla controparte ciò che in una vita “insieme” hanno acquisito. Consorte è chi condivide la medesima sorte, è il compagna e la compagna, è il marito e la moglie. Non sarebbe il caso di smetterla con i falsi moralismi?

Fabrizio Scarpa – 14 febbraio 2007
“il Mercoledì” – numero 6 anno XIII

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