Questa settimana vi propongo alcune considerazioni di un antico e poco saggio cuore granata, il mio Amico e Consigliere Anticosaggio.
Da ragazzino ero anomalo: tifavo per il Toro e tenevo per Bartali. Il mio idolo era Bacicalupo. Nel 1949 avevo nove anni. Mi feci a portare al funerale del Grande Torino. E’ certo che piccolo com’ero non vidi nulla immerso nella folla, ma il ricordo è comunque l’immagine di un mare di gente che mischiava le lacrime alla pioggia. Poi quarant’anni di stadio, al Comunale. Gli anni dei “tremendisti”. Poi, lo scudetto del 1975-76 (14 partite in casa vinte e l’ultima pareggiata) e la favolosa cavalcata del 1976-77 finita con la Juventus a 51 punti e il Toro a 50 nel campionato a 16 squadre (con 60 punti a disposizione). Il declino cominciò presto. Alcune soddisfazioni nei derby, episodi. Ma troppo era cambiato, sui campi e sugli spalti. Cominciò a girare il “lo vediamo questa sera alla moviola”. Non era più il mio calcio. Il 1989-90 fu l’ultimo mio campionato al Comunale in Curva Maratona. Né ho frequentato altri stadi e altre curve. Tanti proprietari, tanti presidenti si sono passati il “mio Toro”, come una “puttana” che si compra e si vende. Nei 2005 con il fallimento della società ho sperato che tutto questo scempio potesse finire. Che si chiudesse una storia di cent’anni. Che potessi tenere in un mio spazio interiore il Toro, sottratto al marciapiede. Arrivò Cairo. Il nuovo Torino ha proseguito i suoi viaggi in ascensore, su e giù tra la A e la B. Un brav’uomo il Cairo. Con lui il Torino ha fatto il salto. Da “puttana” a “mantenuta”. In economia. I giocatori in comproprietà o in prestito, così non sai neanche di chi sono. Se funzionano se ne vanno altrimenti te li tieni. Non li puoi neanche vendere e farci dei soldi, perché non sono tuoi. E’ finito anche il campionato 2012-13. “Resteremo in A!” e ci siamo restati. Meglio che retrocessi e tante grazie che ne abbiamo trovato peggio di noi il numero sufficiente. Un brav’uomo il Ventura. Un allenatore “da scrivania”: il presidente gliel’ha promessa. “Finché sto in panchina, se stai buono e zitto, mi sei simpatico e ti faccio giocare, ma non dove sai giocare tu, ma dove lo dico io, con il modulo che dico io”. E il modulo, con 10 pezzi a disposizioni, può essere una delle combinazione a capocchia dei numeri dall’1 al 10. Quest’anno do l’addio al Capitano Bianchi, con l’onore delle armi. Peccato mi piaceva. Una punta come c’era una volta. Rimproverato perché costa caro: ma i soldi glieli ha dati il presidente Cairo. Rimproverato perché segna poco: ma l’allenatore Ventura lo tiene in castigo e non lo fa giocare. Finito un campionato se ne fa un altro. Ma non è più il “mio Toro” – Qui 20 maggio 2013, lunedì
22 maggio 2013 – “il Mercoledì” numero 20 anno XIX

