Proviamo a immaginare che al quarantesimo chilometro di una maratona venga comunicato ai concorrenti che, per “questioni organizzative”, il traguardo è stato spostato di cinque, o forse anche dieci chilometri. Non solo panico ma chissà quali altre reazioni potrebbe provocare questo improvviso cambiamento in corsa. Uscendo dalla metafora passiamo a coloro che quasi trentacinque anni fa hanno fatto i primi passi nel mondo del lavoro, e ora si trovano a poche lunghezze dalla tanto agognata “pensione”. A loro viene detto che sono troppo giovani per andare in quiescenza, qualcuno (omissis) definisce aberrante anche solo il pensarlo: le aspettative di vita (malattie incidenti e così via a parte) sono verso il superamento degli ottanta e più anni, e quindi devono essere allungati i tempi del ritiro. Legittimo. Fermo restando che, agli aspiranti pensionati, ogni lavoro, portato avanti per più lustri, avrà sicuramente lasciato delle conseguenze, sulle quali non è il caso di indagare, per chi è partito pensando di lavorare un tot di anni è altrettanto legittimo guardare ad un diverso modo di vivere il tempo che gli rimarrà, in considerazione anche del fatto che la GERAGOGIA, neonata branchia della gerontologia, è pronta a dare tutti gli strumenti necessari per invecchiare al meglio, anzi per restare più a lungo giovani. Già, e i giovani, circondati da cariatidi tenute roboticamente a lavorare, continueranno a invecchiare da disoccupati per arrivare vecchi al lavoro, così da rimanere più a lungo giovani. Basta spostare il traguardo?

Fabrizio Scarpa – 20 settembre 2006
“il Mercoledì” – numero 37 anno XII

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