Nel 1807, il 4 luglio, giorno in cui l’America festeggiava l’Indipendenza conquistata qualche tempo prima, a Nizza nasceva Giuseppe Garibaldi, eroe dei Due Mondi, uno degli artefici dell’Unità di Italia nel 1861, anno nel quale era stato chiamato da Abramo Lincoln, per combattere nella guerra di Secessione. Unità che ancora oggi non è consolidata negli italiani. Avventuriero, mercenario, patriota, secondo i giudizi, il buon Giuseppe nella sua vita ne ha fatte di cotte e di crude. Certo è che, se un tempo “non si poteva parlare male di Garibaldi”, oggi praticamente non se ne parla, e il suo bicentenario, francobolli a parte, sta passando inosservato, con il rischio, andando in giro a chiedere di Garibaldi, di sentirsi indicare la via, il corso, la piazza, dopo la terza rotonda a sinistra, o a destra. La data della sua morte nel 1882, avvenuta il 2 giugno, coinciderà nel 1946 con la proclamazione della Repubblica: ironia della sorte per chi si era dato da fare per unire la penisola in un Regno. Una forte passione per i sigari, nel suo caso gli italianissimi toscani, lo avvicina a un altro avventuriero, mercenario, patriota, secondo i giudizi, che quaranta anni fa, il 9 ottobre 1967, dopo avere combattuto per mezzo mondo, veniva eliminato sommariamente in Bolivia, Ernesto Guevara, argentino di nascita e cubano di adozione, detto il Che, per il suo vezzo di usare, come intercalare nel discorrere, il “che”, equivalente del nostrano “cioè”. Immancabile, in bocca, un sigaro avana, il Cohiba Esplendido. Due grandi uomini, due grandi barbe, due grandi sigari.

Fabrizio Scarpa – 10 ottobre 2007
“il Mercoledì” – numero 36 anno XIII

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