Maurizio Lauzi (1969), Paolo Jannacci (1972), Alberto Bertoli (1980) e Filippo Graziani (1982), quattro giovani cantautori, bravi musicisti, sono figli di padri che hanno avuto successo in campo musicale e hanno deciso di seguire le orme paterne. Chi più chi meno, tutti e quattro hanno avuto anche l’occasione di affiancare il genitore nei concerti e nel lavoro quotidiano di composizione e di preparazione. Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Pierangelo Bertoli e Ivan Graziani hanno scritto pagine indimenticabili, musicalmente e poeticamente, che hanno influito sulle scelte di vita dei rispettivi figli, e sono tutti e quattro morti troppo presto per quello che avevano ancora da dire con le loro canzoni. Non sempre aiuta nella carriera essere figli di genitori che hanno avuto successo in campo artistico, perché si fa presto a fare un paragone che spesso assume toni niente affatto benevoli. Forse farebbero meglio i ragazzi a darsi un altro cognome così da non essere giudicati come “ figli di … questo o di quello”, ma per quello che propongono di originale, anche se trovo giusto che i ragazzi facciano rivivere le belle canzoni dei loro padri. Proseguire la carriera dei genitori è consuetudine in tanti campi: notai, medici, avvocati, commercialisti (e compagnia cantando), si tramandano il mestiere di generazione in generazione, poi ciascuno dovrà dimostrare le proprie capacità nel suo campo professionale. Non deve bastare portare un certo cognome per avere successo, ma il portare un certo cognome non deve neppure essere motivo di penalizzazione. Un gran bel programma qualche sera fa, credo su RaiUno, ha trattato di questi quattro ragazzi figli di quei quattro padri. Purtroppo come quasi sempre accade “Generazioni” è andato in onda a notte tarda e probabilmente pochi avranno avuto la possibilità di seguirlo con l’attenzione che meritava. A guardare i palinsesti televisivi si può notare quanto imperversino quelle trasmissioni piene zeppe di politici e commentatori più o meno addetti ai lavori che si insultano o comunque tengono toni tutt’altro che educativi, perdendosi in discussioni sterili e ripetitive. Peccato che si perda l’occasione di trasmettere invece programmi garbati e interessanti. Chi come me ha la fortuna di avere raggiunto la pensione ha la possibilità, e il piacere, di seguirli in ore da nottambuli. Non è vero che in televisione mancano i programmi validi, purtroppo li vede solo chi soffre di insonnia o chi può permettersi di dormire qualche ora in più la mattina dopo.

Fabrizio Scarpa – 29 ottobre 2014 “il Mercoledì” n° 39 anno XX

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