La finanza creativa, così come da molti è stata definita, ha ulteriormente impoverito quelle classi rese già più deboli dal diminuito potere di acquisto di stipendi, salari e pensioni, e (come più volte detto in altri angoli) ha frenato, anzi fermato, la ridistribuzione della ricchezza. Il fatto che si possa comperare un elettrodomestico, un mobile, o un qualsiasi prodotto della tecnologia avanzata, e portarselo subito a casa incominciandolo poi a pagare dopo sei mesi, è un segno del decadimento economico della società moderna. La gente non pensa al proprio indebitamento ma a poter usufruire subito dell’ultima novità arrivata sul mercato. Il problema è che il debito delle famiglie continua ad aumentare, e onestamente non si vede la luce alla fine di un tunnel sempre più buio. Lo Stato è intervenuto, immettendo danaro per frenare la caduta esponenziale dell’economia. Come dire che, dopo avere fatto di tutto per privatizzare le aziende pubbliche, alcune delle quali parevano abbastanza sane, adesso la cosa pubblica interviene per salvare la cosa privata: peccato che questo non faccia altro che aumentare appunto il debito pubblico. Altro circolo vizioso. Qualche risultato comunque si sta vedendo, le Borse hanno dato segni di ripresa, anche se a ogni aumento si è poi assistito a un ribasso dovuto alle vendite degli speculatori o di coloro che sperano di salvare il salvabile. Bisogna avere la pazienza, ma anche la possibilità, di stare fermi, buoni buoni, aspettando che passi la buriana, per citare un proverbio siciliano riportato da Leonardo Sciascia nel libro Nero su nero (Einaudi 1979 – pagina 34), “calati juncu ca passa la china”, che se è vero che fa riferimento al comportamento della mafia, che nei momenti di difficoltà, abbassa la testa, come il giunco, per poi rialzarla prepotentemente una volta passata la piena, in questo momento sarebbe da mettere in pratica, per tentare di salvare la cosa nostra.

Fabrizio Scarpa – 22 ottobre 2008
“il Mercoledì” – numero 37 anno XIV

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