Telepass, bancomat, distributori automatici di tutto e di più, internet, selfservice, robot che costruiscono qualsiasi cosa, treni senza conducente e, pare, aerei senza pilota. Il progresso tecnologico non si ferma più, assolutamente inarrestabile. Poco più di cinquanta anni fa la mia generazione non sapeva ancora che cosa fosse la televisione, oggi ci ritroviamo con delle microscopiche scatolette, in grado di contenere tutta quella musica, per la quale erano necessari interi scaffali, pieni dei vecchi cari dischi di vinile, ormai quasi entrati a fare parte della preistoria. Oggi ogni famiglia possiede almeno un telefonino ed a volte una automobile per ciascun appartenente al suo nucleo, le strade paiono dei fiumi in piena, e la gente cammina parlando apparentemente nel vuoto, o nei casi di estrema solitudine conversando con due apparecchi tra sé e sé. Lungi dal fare discorsi nostalgici, perché tutte le cose, che in questi anni la mente umana ha inventato, di sicuro sono entrate nelle nostre case, nelle nostre fabbriche, nei nostri uffici, con grande soddisfazione da parte nostra: “il lavoro viene velocizzato, e abbiamo più tempo libero da goderci”, si diceva. Però l’altra faccia della medaglia ci mostra chiaramente che gli occupati nel mondo del lavoro, diventato assolutamente precario, sono tremendamente diminuiti, con meno stipendi o salari sicuri, e con le tanto attese “tredicesime”, che erano un vero e proprio vettore per la ridistribuzione della ricchezza, ora spolpate da tasse balzelli e debiti pregressi. Ora una domanda viene spontanea: l’essere umano utilizza le tecnologie per migliorare la propria qualità di vita, o forse per estinguersi? Va benissimo il progresso, ma non sarebbe forse meglio fare un passettino indietro, e rivedere il tutto, ovvero riprendere in mano la situazione e usare il progresso anziché dello stesso diventare degli strumenti? Totò e Peppino dicevano: per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?

Fabrizio Scarpa – 7 giugno 2006
“il Mercoledì” – numeno 24 anno XII

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