“… questa volta è finita davvero!”, sono le ultime parole di Danny Boodman T.D.Lemon Novecento alla fine del monologo che il revigliaschese Alessandro Baricco (Torino 1958) ha letteralmente cucito sulla pelle di Eugenio Allegri (Collegno 1956), che lo ha portato in scena per la regia di Gabriele Vacis (SettimoTorinese 1955), mirabilmente coadiuvato da Roberto Tarasco (Torino 1959) e da Lucio Diana (Aosta 1957), che con lui, Laura Curino, Mariella Fabbris, Antonio Spaliviero, Adriana Zambon e chiedo scusa se ho dimenticato qualcuno, nel 1981 (o 1982) fondarono il Laboratorio Teatro Settimo. Era il luglio del 1994 quando Novecento fu rappresentato per la prima volta ad Asti Teatro 16. Alla fine dello stesso anno il testo, definito dall’autore una via di mezzo tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce, fu pubblicato dall’editore Feltrinelli. Nel 1998 il regista Giuseppe Tornatore ne fece un film, La leggenda del pianista sull’oceano, interpretato dall’attore londinese Tim Roth, con la colonna sonora di Ennio Moricone. In breve è la storia di un bimbo nato, e abbandonato, su una nave che fa su e giù per l’oceano, da e per l’America, che impara a suonare il pianoforte e lo suonerà per tutta la sua vita senza mai scendere a terra. Una storia meravigliosa raccontata dal suo amico trombettista che suonava con lui nell’orchestrina che allietava il viaggio dei passeggeri durante i dieci giorni della traversata. Non ricordo quante volte ho visto Eugenio Allegri in Novecento, ad Asti, la prima volta, poi a Nichelino, nel parco Occelli, quindi al Carignano di Torino, al Matteotti di Moncalieri, un’estate a Salice D’Ulzio, poi ancora al Gobetti di Torino e infine in questo gennaio 2013, ancora nella bella cornice del Teatro Carignano, dove Eugenio ha deciso di dare l’addio a questo personaggio dopo quasi diciannove anni. Non posso e non voglio crederci, lui è l’attore per cui Alessandro Baricco ha scritto Novecento: «Al di là della scrittura magnifica – ho letto in una intervista di Allegri – la storia del musicista vissuto su una nave è emblematica. Da un lato è come gettare il guanto della sfida in faccia alla vita, dicendo: o così o niente. Dall’altro, il rifiuto del protagonista di avventurarsi altrove può sembrare vile. Novecento per me è stato innanzi tutto un “copione”, è stato e sarà per sempre il mio spettacolo e, adesso, finalmente, lo posso dichiarare: io sono Novecento. Non sono l’unico, ma lo sono». Questa volta è finita davvero? Per adesso grazie Eugenio, grazie Maestro, grazie Amico.

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