Il mio amico Antico Saggio mi ha detto che parlarne è un poco banale, però mi ha anche suggerito che quello che viene compiuto da questa specie di folletto, dalla cadenza accattivante, altro non è che “l’impossibile reso facile dal normale”. Scrivere di Valentino Rossi da Pavullo, è per me in questo momento un bisogno, ma ancora di più un piacere, non per esaltare le sue vittorie, ma per sottolineare la semplicità con cui questo “cucciolo” porta il suo cavallo di acciaio davanti a quelli dei suoi compagni di tenzone, uniti a lui da un reciproco rispetto, che poco si ritrova in altri sport, lo stesso candore con il quale da “bimbino” guidava quelle buffe minimoto, molto simili a degli avvenieristici bicicli. Il motociclismo, e la moto GP in particolare, deve molto ai suoi riccioli biondi, per come sa vincere e per come sa perdere. Attendo con fremito i giorni delle gare, provando simpatia anche per i suoi “rivali”, Melandri, Capirossi, nonché la nutrita pattuglia degli stranieri. Nelle cadute mi ricordano quei cavalieri medievali, pronti a risalire subito in sella ai loro destrieri, nonostante ferite e fratture. E sentire l’Inno Nazionale, con Valentino sullo scalino più alto del podio, mi ha fatto spuntare qualche lagrima di commozione, cosa che, complice purtroppo il timore di un colpo di spugna su “moggiraudocalcioscandalopoli”, non mi ha dato di gustare altrettanto la vittoria di Lippi Cannavaro & co (la sconfitta dei cugini transalpini invece sì!). E avere Valentino Rossi in rosso alla guida di una “rossa” italiana, naturalmente a due ruote? Chissà?
Fabrizio Scarpa – 19 luglio 2006
“il Mercoledì” – numero 30 anno XII
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