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Categories: Teatro

Una pura formalità

Onoff saluta il Commissario, il quale, lodando ancora una volta il suo genio letterario, gli confida di avere iniziato a leggere la bozza del suo ultimo libro. Poi lo scrittore viene accompagnato fuori dall’ufficio dove era stato interrogato e dove la verità, che il commissario sembrava già avere compreso o che addirittura già conosceva, è venuta a galla: l’uomo ucciso è lo scrittore stesso, che si è suicidato, e si trova fuori dal mondo terreno, ecco perché non era riuscito a comunicare telefonicamente con la sua compagna e perché i fogli del verbale erano bianchi. Così si conclude questo “noir”, Una pura formalità, di Pascal Quignard, dal quale nel 1994 Giuseppe Tornatore ha tratto un gran bel film e che il Laboratorio Teatrale di Cambiano ha molto bene trasportato sulle tavole del palcoscenico. Non era facile, giacché il teatro non permette gli effetti che invece si possono utilizzare nel fare cinema, ma il risultato è stato ottimo e, da spettatore, ho potuto “respirare le stesse sensazioni dei protagonisti, vissuto le stesse angosce e paure, fino a essere emotivamente coinvolto dagli eventi, grazie all’atmosfera creata dalla scenografia, dalle musiche, dalle luci e dagli effetti, che hanno portato il tutto in un ambiente tanto realistico da risultare quasi surreale”. Era l’obiettivo del regista ed è stato pienamente raggiunto. Bravo è stato Roberto Russello, alla sua prima regia, perfetto nella parte dello scrittore, affiancato da un altrettanto perfetto Albino Marino nel ruolo del commissario. Russello si è ritrovato a poche settimane dall’andata in scena a dover sostituire Lorenzo Demaria, il quale è entrato alla scuola del Piccolo Teatro di Milano: ancora una volta Cambiano vede uno dei suoi “figli artistici” volare fuori dai confini verso traguardi importanti, così come era successo, tra gli altri, a Mario Zucca e a Nanni Tormen. Questa era la prima produzione dell’ElleTiCi per la stagione 2011 – 2012 e, se tanto mi dà tanto, chi ben comincia è a metà dell’opera. Perché non mi si accusi di essere di parte o di sciogliermi solo in complimenti, voglio ribadire una mia posizione che non mi vede in linea con gli amici cambianesi: è un vero peccato che tutto il grande lavoro che sta dietro ogni produzione vada poi a svanire nell’arco di un paio di settimane. Sono fermamente convinto che, avendo il teatro a disposizione, varrebbe la pena tentare di riproporre i vari spettacoli per molte più repliche, magari spalmate su diversi fine settimana, perché la forma di pubblicità che garantisce il maggior successo di pubblico credo sia il passaparola. So di predicare nel deserto ma non smetterò mai di farlo, proprio perché penso che il successo possa diventare … una pura formalità.

Fabrizio Scarpa – 30 novembre 2011
“il Mercoledì” numero 44 anno XVII

Mangiafuoco

Fabrizio Scarpa, di origine veneziana, nato a Torino in un giorno di maggio in cui i prati erano rossi di papaveri, giusto nel mezzo dell'ultimo secolo dello scorso millennio, poco prima dell'ora di pranzo, appena in tempo per mettersi a tavola. VECCHIO CUORE GRANATA (Toro ora e per sempre).

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