Ricordo molto bene quei giorni! Sono passati quaranta anni ma quello che successe dal 16 marzo al 9 maggio 1978 è rimasto scolpito in modo indelebile nella mia memoria. Furono giorni di incubo, di incertezza, di ipocrisia, ma anche di ignavia, da parte di qualcuno. Coloro che rapirono Aldo Moro fecero una strage per seminare terrore tra la gente comune, cosa che riuscì perfettamente anche grazie all’inevitabile cassa di risonanza mediatica di radio televisioni e carta stampata. Fu in seguito all’idea di Aldo Moro, allora Presidente della DC, di coinvolgere il PCI nella politica governativa, mettendo in atto il Compromesso Storico, che un commando di terroristi di estrema sinistra (?), appartenenti alle brigate rosse, intercettarono l’auto su cui viaggiava Aldo Moro, trucidando i cinque poliziotti della scorta e sequestrando quello che in quel momento era l’uomo più importante, anzi fondamentale, nell’evoluzione della politica italiana. Per ben 45 giorni tutto il mondo si concentrò sul rapimento Moro, mentre in Italia si discuteva se trattare o no con i rapitori, come lo stesso statista richiedeva e implorava in alcuni scritti a importanti uomini politici dell’epoca. A nulla servì l’accorato appello del Papa Paolo VI. Aldo Moro venne ucciso barbaramente il 9 maggio 1978 nel bagagliaio di una Renault 4 rossa rubata, che venne poi fatta ritrovare in una via esattamente a metà tra le sedi della DC e del PCI. Il 13 maggio la famiglia non partecipò ai funerali, in segno di protesta contro lo Stato, che poco o niente aveva fatto per salvare Aldo Moro. Ma chi “ordinò” la condanna a morte di Aldo Moro, chi si volle liberare di un politico illuminato e scomodo? Da tempo un magistrato, giudice istruttore nel caso del sequestro e dell’uccisione di Moro, sostiene che: «L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle brigate rosse, ma anche e soprattutto per volere di coloro che nella Democrazia Cristiana avversavano il Presidente Moro. Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti li avrei incriminati. Le forze dell’ordine sapevano dov’era la prigione di Moro, grazie ad alcune testimonianze secondo le quali il covo dei rapitori fu monitorato per settimane. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevette l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia. Falcone e Borsellino probabilmente avevano capito o intuito tutto, ma tacquero forse per rispetto delle istituzioni. Cosa Nostra li uccise per volere della Falange Armata, una potente frangia dei servizi segreti.». Un mistero ancora troppo misterioso? Non si tratta di fare giustizia ma di sapere finalmente la verità e questo è doveroso nei confronti della famiglia Moro e degli italiani.

Una morte … di stato? 

Fabrizio Scarpa – 9 maggio 2018

“il Mercoledì” n° 19 anno XXIV

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