Fare per bene i genitori è quasi impossibile, giacché è assai probabile sbagliare tutto. Ma anche essere figli è molto complicato, per i soliti conflitti generazionali e per tante altre cose che purtroppo portano ad avere la conoscenza del valore di chi ci ha messo al mondo spesso troppo tardi. Quando poi si è figli di un padre che è stato e continua a essere “un grande” anche dopo essersene andato da questo mondo, troppo presto e con tante cose dette e da dire, allora tutto diventa più difficile. Questo in qualche modo è successo a Cristiano De André, figlio del poeta (anche se lui non amava molto essere definito tale) Faber. “C”, così lo chiamava suo padre Fabrizio, ha vissuto fin dai primi anni a musica e poesia, ha studiato cinque anni violino al Conservatorio di Genova e ha imparato a suonare altri strumenti, in particolare la chitarra. Quando “C” nasce Fabrizio non ha ancora ventitre anni ma già ha scritto alcune delle splendide pagine che ci ha regalato. Un rapporto non facile con un cotanto genitore meraviglioso e a volte assente. Cristiano ha scelto di seguire la strada del padre all’inizio degli anni ottanta, poco più che diciottenne, e con un suo gruppo, i Tempi Duri, ha più volte accompagnato Faber nei concerti. Ha scritto belle canzoni che gli hanno fruttato alcuni meritati riconoscimenti, ma il fatto di chiamarsi De André non sempre gli è stato “perdonato”. Gli ultimi anni di vita di Fabrizio hanno visto Cristiano al suo fianco, assieme alla sorella Luvi. Poi poco prima di compiere cinquantanove anni il grande Faber muore, portato via da un male di quelli che non perdona. Anni difficili per “C” che si era da poco “ritrovato” con il padre, anni in cui le cronache hanno parlato di lui, naturalmente non di certo in occasioni rosee. Solo da un anno, giusto in occasione del decennale della morte di Faber, Cristiano è ritornato “a casa”, cioé alla musica, e soprattutto alle meravigliose poesie-canzoni del babbo, fino a farne un concerto, un tour e infine un disco, “De André canta De André”, che vi consiglio senza remore. (continua)
Fabrizio Scarpa – 10 febbraio 2009
“il Mercoledì” – numero 6 anno XVI
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