Avete presente quelle pentole, quei tegami e, soprattutto, quelle forme per dolci, con il buco o senza, che quasi tutti abbiamo ereditato dalle nostre nonne, e che gelosamente teniamo appese alle pareti delle nostre cucine come dei trofei di caccia? Attenzione! Corrono l’altissimo rischio di essere trafugati, ossia non è improbabile che una banda di incappucciati cerchi di introdursi nelle nostre case, non per sottrarci gli ori gli argenti e gli altri gioielli di famiglia, che del resto hanno sovente già in passato patito la medesima sorte, ma proprio quegli oggetti che, al massimo una volta all’anno, stacchiamo dal loro chiodo per spolverarli e lucidarli e subito riattaccarceli, fino alle prossime pulizie pasquali. Li rende così ricercati il metallo con cui sono fatti, che evidentemente è diventato anche lui prezioso, perché molto richiesto dal mercato: il RAME. Ci troviamo presumibilmente in un nuovo calcolitico o eneolitico o cuprolitico che dir si voglia. L’età del rame ha avuto il suo fulgore tra il 3500 e il 2300 avanti la nascita di Cristo, prima dell’era del bronzo e di quella del ferro, quindi più di cinquemila anni fa. C’è poco da ridere, anche se non è possibile non sorridere. Sono spariti chilometri di fili e cavi elettrici, e addirittura le lettere incastonate su monumenti cippi e tombe. Senza rispetto e senza pietà! Che sia la vendetta di Otzi, la mummia del Similaun, l’uomo strappato ai ghiacci dell’Alto Adige?
Fabrizio Scarpa – 19 aprile 2007
“il Mercoledì” – numero 15 anno XIII
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